Monologhi di poi
Monologhi di poi

Un libro singolare, che trova un precedente nel capolavoro di Edgar Lee Master. Sessantuno epitaffi che apparentemente sono dedicati ad un amore, creduto sotterrato per sempre, ma che in realtà nascondono l’esigenza di raccontare la “resistenza degli sconfitti”, l’amarezza per la vita e per i suoi personaggi. Ebrei, nevrotici, omosessuali, strozzini e una quantità di facce sfocate, comuni, incontrate per strada costituiscono l’umanità seppellita da Anna Segre  sulla collina della propria esistenza. 

Monologhi di poi  è un libro di poesia molto vicino alla prosa. Si tratta infatti di racconti o squarci di vissuto, “sessantuno epitaffi per sessantuno lapidi”, una specie di Spoon River. “Anna però –scrive Cesare Segre nella premessa– non cerca di evocare la vita di un paese con le voci e i ricordi dei suoi abitanti; punta invece, direttamente, a darci dei profili psicologici, incisi con acutezza: fortunati o sfortunati, intelligenti od ottusi, generosi o gretti, i suoi personaggi sono dei vinti”. Spaesamento e memoria, un ambiente, quello del ghetto ebraico, “dal quale proviene una parte dei personaggi”, la vita nel quotidiano dove tante storie s’intrecciano, tutto concorre a ricreare un mondo, a ripercorrere le tracce di una comunità varia, ma in qualche modo coesa: “Esserci e non esserci tra voi, / come un’ombra che vaga per la piazza”.

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